Dibattito “Perdono e riconciliazione”

Sabato 13 settembre alle 9:30 presso la Sala del Camino a Brescia

Era il 1950. Avevo 16 anni quando lo zio Aaron venne a prendermi in aeroporto ad Haifa.

Dopo la prigionia, dopo la liberazione dai campi, finalmente ero libera, in Israele. Indossavo 3 vestiti e un cappotto invernale, ma portavo con me anche una rinnovata speranza e il sollievo di aver lasciato alle spalle tutti gli orrori vissuti.

Ma l’odio per i tedeschi non mi aveva lasciata.

“Anche adesso”? Mi chiese un’amica.

“Cosa intendi?”. Lei disse: “Pensaci: cosa te ne fai del tuo odio”?

Rimasi in silenzio. Da una parte non sapevo cosa dire. Dall’altra, non volevo cambiare idea. Qualcosa, però, cominciò a lavorare dentro di me.

“Fai qualcosa!” mi suggerì l’amica.

(…) Nel 1993 andai in Germania, incontrai quel medico nazista a Rosshaupten, Hans Munch, che era ad Aushwitz durante gli esperimenti del Dottor Mengele. Non successe niente di quello che mi ero immaginata.

Munch non parlò con freddezza, ma anzi confessò ed espresse rimorso per quanto accaduto durante la guerra. Io non sprofondai nell’odio, ma scoprii che, in qualche modo, quella persona mi piaceva.

(…) Confessare a me stessa che Munch “mi piaceva” mi sconvolse.

(…) Alla fine del colloquio gli chiesi se avrebbe voluto venire con me ad Aushwitz nel 1995 in occasione del 50° della nostra liberazione. Lo pregai di sottoscrivere una dichiarazione giurata su quello che aveva visto e fatto. Hans Munch, che ad Aushwitz aveva visto con i propri occhi compiersi l’Olocausto, disse subito, quasi senza riflettere: “Sarei felice di firmare un documento del genere”.

(..) Non so se Munch cercasse perdono, liberazione o penitenza. Tuttavia, (..) non riuscii a trattenermi dall’impulso di ringraziarlo. Ero ben consapevole che non fosse un desiderio convenzionale, voler dimostrare gratitudine a un nazista (…) ma rimasi determinata a farlo.

Decisi di scrivergli una lettera. Gli avrei scritto che lo perdonavo di tutto! Fu un’illuminazione, non solo perché non potevo fare a Munch un regalo più grande, ma anche perché all’improvviso scoprii di avere un potere. Avevo il potere di perdonare! Nessuno poteva darmi questa forza. Nessuno poteva togliermela. Il perdono era in mio potere e potevo servirmene come volevo.

Fino a quel momento mi ero comportata come tutte le altre vittime, che non sentono di avere il controllo sulla propria vita e quindi agiscono solo e sempre in risposta a quello che altri dicono o fanno. Ora però mi era tutto chiaro: ho il potere di decidere sulla mia vita. Io ho questa forza.

Era la mia epifania personale.

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